Economia:Draghi vuole una stabilizzazione dei precari Stampa E-mail
Scritto da Nicoletta Ercolino   
Martedì 16 Novembre 2010 00:20

Il tema del precariato è, al momento, di grande attualità, oggetto di discussioni e confronti a vari livelli istituzionali e non. E’ una condizione sociale assai diffusa, frutto delle recenti riforme che hanno, di fatto, privilegiato l’adozione di contratti a termine nel mondo del lavoro.
L’opinione espressa da Draghi sulla questione è di poche ore successiva allo sciopero generale della scuola, proclamato dall’Anief il 3 novembre, tra i cui ormai noti motivi di protesta che si sono succeduti all’indomani dei cospicui tagli al settore previsti dalla Riforma, si contesta l’ulteriore grave penalizzazione del precariato.


Questi espedienti contrattuali sono stati introdotti dalla legge Biagi allo scopo di rendere più flessibile il mercato del lavoro, facilitando l’occupazione. I risultati a riguardo si sono rivelati positivi, in quanto hanno determinato una discreta crescita dell’occupazione, comportando, nell’immediato, un adeguato equilibrio tra domanda ed offerta. Tuttavia il perpetuarsi di siffatta condizione va a gravare sul rapporto produttività-competitività, pregiudicando gli equilibri economici.
Questo è, in sintesi, quanto sostenuto dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, durante un intervento al convegno sul tema “Crescita, Benessere e compiti dell’Economia Politica”, presso la Facoltà di Economia dell’Università Politecnica di Ancona, a ricordo dell’economica Giorgio Fuà. Tali dichiarazioni nascono da una riflessione sullo stato della nostra economia. A suo dire, a seguito di questo andamento, l’Italia è giunta ad un bivio tra crescita e stagnazione. Gli indici internazionali, rilevando che gli italiani, in gran parte, sono per ora soddisfatti delle loro condizioni, dimostrano sostanzialmente che il paese si tiene a galla privilegiando il trascorso rispetto al futuro, usufruendo cioè della ricchezza, frutto di strategie pregresse. Ma la ricchezza è dovuta alla produttività - ed il Pil ne è l’indicatore - e questa all’azione. Quindi gli inevitabili effetti negativi del ristagno tenderanno a gravare soprattutto sui giovani, il cui benessere dipenderà, di fatto, dalle decisioni prese al presente, in considerazione di riscontri futuri. In altri termini, le occupazioni irregolari che, dai dati ISTAT si stimano, oggi, intorno al 12% delle unità lavorative, sono un ostacolo per la crescita economica del paese, il cui sistema produttivo è definito “deludente”, rispetto agli altri paesi europei. Lo stesso governatore ribadisce di non intendere, con tali affermazioni, demonizzare la legge in oggetto, bensì la possibile cronicizzazione della precarietà che va ad incidere sul reddito delle famiglie e sulla domanda. Sottolinea, pertanto, la necessità di una stabilizzazione dei contratti irregolari, puntando su scelte a lungo termine che possano risollevare l’economia nazionale, valutando ed affrontando attentamente gli effetti della recessione, “senza” esorta “smettere di preoccuparsi”.
In merito, egli fa presente che, secondo le stime del Fondo monetario europeo, l’Italia emergerà dalla recessione più lentamente rispetto ad altri grandi paesi come Francia e Germania, rimarcando che è comunque il nostro vecchio continente ad essere il più debole nella ripresa economica rispetto ad altri parti del mondo. Si stima che la quota riguardante l’area dell’Euro nel Pil mondiale, che nel 2000 era del 18%, nel 2015 scenderà al 12%, contrariamente a quanto avverrà per i paesi emergenti asiatici, dove si prevede, addirittura, che raddoppi dal 15 al 29%. Alla luce di queste previsioni, si prospetta una situazione parecchio preoccupante. Oltretutto è sufficiente riflettere sul fatto che l’ultima recessione ha fatto diminuire il Pil italiano di circa 7 punti.
Ulteriore motivo di discussione sul nostro sistema socio-economico, da parte dell’economista, è il costume, tutto italiano, di mantenere ostentatamente i legami con la famiglia di origine, in relazione allo status economico di questa. Non ci si discosta facilmente e ciò si delinea quale fattore limitante la mobilità sociale. Anzi, è addirittura preponderante rispetto ad una acquisita, seppur brillante, cultura personale, con il risultato che questo stato di cose limita, nei fatti, la crescita personale e il successo professionale. Ed in Europa siamo i detentori di tale primato

 

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